CERCANDO EMILY DICKINSON; e qualcosa di noi

“La curiosità è una delle malattie più interessanti ed estenuanti da cui un lettore possa essere contagiato” scrive una critica letteraria. E’ così anche per me. Appena ho visto in biblioteca un ennesimo scritto su una delle mie poetesse preferite ho dovuto prenderlo e portarlo a casa. Alessandra Cenni scava a fondo nella vita della poetessa americana, analizzando le migliaia di poesie scritte e le innumerevoli lettere destinate a varie persone. Il quadro del suo pensiero si estende in pennellate profonde e incisive. Di questa donna, fattasi volontariamente “prigioniera” nella sua stanza di Homestead ad Amherst scopriamo una verità insospettata che riguarda il suo rapporto con la madre. E’ strano che una riflessione madre-figlia si possa analizzare non dai saggi psicoanalitici che ho in casa come “Di madre in figlia”, “Mia madre, me stessa”, ma dagli scritti di questa ragazza dell’Ottocento, la più grande poetessa americana, quella che ha ispirato i poeti a venire, non ultimo il nostro Eugenio Montale.
Che cosa sapevamo di lei? Che il padre autoritario, severo le dettava le regole comportamentali, sappiamo anche che egli spesso veniva bonariamente preso in giro proprio da questa figlia dal “cervello come un diamante”. Ciononostante Emily ammirava suo padre, ne cercava la sicurezza e la protezione proiettando queste esigenze anche su altri uomini.
Ma la madre? Emily scrive di lei “Mia madre non sa cosa significhi “pensiero”…non ho mai avuto una madre” “Credo che madre significhi una persona da cui si va quando si ha bisogno”.
Mrs. Emily Norcross Dickinson, sua madre, è senz’altro “la persona più sfuggente” della famiglia, viene definita solo da ciò che le manca. Ma proprio perchè sfuggente, inafferrabile è la più desiderata. Emily brama una figura femminile valida in cui identificarsi e che non sia soltanto la vestale dei lavori domestici.
La ricerca di una madre si estrinsecherà nelle poesie dedicate alla cognata Susan Gilbert e all’amica Kate Scott, dove scopriamo metafore e simbologie erotiche legate al desiderio di cibo o alla privazione alimentare. Cibo= amore è l’esperienza psichica primaria.
Ma il vuoto affettivo che la madre “banale” le crea intorno è la spinta per la crescita della sua poesia.
Che cosa vogliamo da una madre? Che cosa diamo come madri? Sono certa che questo sia il rapporto più importante nella vita di ciascuno di noi , soprattutto per le donne per le quali l’identificazione gioca un ruolo basilare. “Mia madre, me stessa” citavo poc’anzi.
Sulla mia pelle sento mia madre, non solo perchè mi sembra invecchiando di assomigliarle sempre più (-mi guardo allo specchio e vedo lei -) , ma perchè la sento respirare in me, la sento veramente “ impastata” nella mia visione della vita, pur ricordando le nostre differenze.
Non sarà così per tutte? Dipenderà dalle tante circostanze della vita?
Per Emily Dickinson, dal “cuore puro e terribile ”la madre è associata quasi al Terrore “Corro sempre a Casa per il Terrore, come un bambino, se mi accade qualcosa. E’ stato come una Madre tremenda , che più di tutto amavo.”
Se l’originario rapporto simbiotico che si instaura tra madre e figlio alla nascita è appagante e rassicurante, molto più difficile è separarsene, affermare la propria individualità, “come impone di necessità la vita adulta” conclude Alessandra Cenni in questo intenso scritto “Cercando Emily Dickinson”, che come ogni buon libro, ci aiuta a cercare anche noi stessi.

















