Archive for the ‘Poesia’ Category

BERTOLUCCI, e una pausa poetica

Mercoledì, Agosto 4th, 2010

Ogni settimana mi piace  soffermarmi sulla poesia ed oggi parlerò di un libretto comprato nel 2000 ad Albenga dove io e Piero accompagnammo Stefania per un suo concerto. Come sempre stavamo trascorrendo l’estate qui a Borzonasca e quell’anno, ricordo, fiorì una solitaria rosa bianca. Normalmente nel giardinetto ci sono rose rosa o rosso cupo - quelle antiche, dette rose d’amore, profumatissime  -che lentamente però sentono l’avvicinarsi dell’abbandono e diventano sempre più rare. Ma che meraviglia la rosa bianca fiorita nell’agosto del 2000  scoperta appena dopo aver letto la poesia di Bertolucci. “La rosa bianca”

Coglierò per te / l’ultima rosa del giardino / la rosa bianca che fiorisce / nelle prime nebbie. / Le avide api l’hanno visitata / sino a ieri / ma è ancora così dolce / che fa tremare. / E’ un ritratto di te a trent’anni / un po’ smemorata, come tu sarai allora.

Ci sono 36 poesie in questo libretto edito da Mondadori quasi tutte dedicate alle stagioni , al tempo che passa, ai ricordi, al senso della vita, insomma ai pensieri che ognuno di noi rimescola.

“Non chiedere altro, la felicità è in questo / corso paziente, mentre gli anni fuggono / e i giorni così lenti scorrono, / il sole indugia su palpebre e muri, / tu, io, i cari figli l’accogliamo/ diversa beatitudine, persone separate…

Attilio Bertolucci è nato a Parma nel 1911 ed è padre dei due registi cinematografici Bernardo e Giuseppe. Già nel 1950 pubblica poemetti vari e poi un grande romanzo autobiografico in versi “La camera da letto”, un caso unico nella poesia del Novecento. Lavora poi anche per il cinemna e per la Rai.

Mi fa bene leggere le sue poesie gradevoli guardando i fiori, il cielo che ora si sta corruscando, le rondini , perchè le sue parole compenetrano con semplicità e musicalità la mia attenzione agli elementi naturali.

“Questo è un anno di papaveri, la nostra / terra ne traboccava poi che vi tornai / fra maggio e giugno, e m’inebriai /d’un vino così dolce così fosco./

Dal gelso nuvoloso al grano all’erba / maturità era tutto, in un calore/ conveniente, in un lento sopore / sopore diffuso dentro l’universo verde.

Fiori che ispirano versi, fiori che caratterizzano le persone come  la “signora delle camelie”.  Ma soltanto le donne vengono accomunate ai fiori? E gli uomini? E voi che fiore vi sentite?

***

Domani ci sarà un post di Raffaella che io ospito con infinita gioia.

E Camilla avrà trovato il “duende” di Garcia Lorca? Potrebbe scriverne visto che il 19 agosto è l’anniversario della morte di Lorca, fucilato dai franchisti nel 1936. (ho ritrovato questa data in una preziosa e piccola agenda letteraria nascosta nel cassetto della macchina da cucire di mia mamma!)

PIANTO DI STELLE, Messaggi in poesia

Martedì, Luglio 27th, 2010

Poesia che fa rima con nostalgia, quella di un tempo passato e quella di qualcosa che vorremmo e che non otterremo mai. E Giovanni Pascoli è maestro nel rimescolare sentimenti forti, delicati,  di crisi dell’uomo. Fatto sta che pur preferendo Montale ed altri poeti, Pascoli mi è però “entrato dentro” ed i suoi versi sono  come canzoni malinconiche e nostalgiche che “canto spesso”.

Non  passa inizio di primavera che io non declami dentro di me o ad alta voce “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole…”, il X Agosto guarderò il cielo e sussurrerò “San Lorenzo, io lo so perchè tanto / di stelle per l’aria tranquuilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla. Oppure reciterò : E s’aprono i fiori notturni / nell’ora che penso ai miei cari, sono apparse in mezzo ai viburni / le farfalle crepuscolari…”

Il volumetto azzurro, qui accanto a me, e che non posso farvi vedere perchè non ho lo scanner fa parte della Collana Acquerelli e ha accompagnato me e mio marito in uno di quei viaggi “letteraturizzati ” che eravamo abituati a fare partendo da questa nostra casa ligure. Dopo Arles alla ricerca dei colori di Van Gogh, le Langhe di Pavese, ecc. il 3 agosto 2002 partimmo per  Barga per ascoltare il rintocco delle ore del campanile cantato dal poeta. “E suona ancora l’ora, e mi manda / prima un suo grido di meraviglia / tinnulo, e quindi con la sua blanda / voce di prima parla e consiglia, / e grave grave grave m’incuora: / mi dice, E’ tardi; mi dice, E’ l’ora.”

Prima però  Piero ed io, sorridenti e curiosi,visitammo a Castelvecchio  la sua casa con giardino,  poi pranzammo all’Osteria del Platano dove lo stesso Pascoli era abituato ad andare.

Che nostalgia di quella giornata felice, così nitida nella mia memoria!

Sono pascoliana in questo pomeriggio in cui comincia la mia “cattività” borzonaschina: Stefania riparte per gli States ed io mi ritroverò per un mese  in questa casa sola con Mimilla.

 Reciterò sconsolata ” Lasciami immoto qui a rimanere / fra tanto moto d’ale e di fronde; / e udire il gallo che da un podere / chiama, e da un altro l’altro risponde…0 invece siederò languidamente sulla sedia a sdraio  sotto l’amareno appagata d’estate e libertà pensando …Ma un poco ancora lascia che guardi / l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo, / cose che han molti secoli o un anno / o un’ora, e quelle nubi che vanno.”

Il bello del nostro animo è la sua variabilità; io stessa spesso non riesco a prevedere come mi sentirò l’indomani. Una cosa è certa: io parlo con me stessa, voglio capirmi e il più delle volte, con me, non mi annoio.

La poesia in ogni caso è sempre un valido sostegno.

POESIE, 1972-2004 di Mirna Moretti

Venerdì, Luglio 9th, 2010

Apescansione0004Presento un secondo libretto di mie poesie. Innanzitutti perchè la poesia di Riccardo su Genova me ne  ha fatto venire in mente una  scritta in una  caldissima estate  qui a Trento, in Piazza Duomo, mentre ero seduta al tavolino di un bar.  

Secondo perchè ciò mi permette di non stare troppo tempo nell’angolo torrido dove il mio PC è situato. Scrivo alle 7.00, ma spedirò stasera.

Più tardi uscirò nella dorata mattinata trentina e andrò ad asssaporare il  cuore palpitante di sole della piazza,  sentirò le  voci gaie e  i garriti,  i profumi di tiglio e gelsomino. “Ascolta la voce di quello che vedi” scrive appunto Riccardo “La storia è passata di qui.”

Trovo consonanze nelle nostre due poesie, proprio  nell’approccio a una città, nel desiderio vitale e goloso di penetrare intimamente nella  storia delle sue “pietre levigate” o ” delle bianche mura della fabbrica del Signore.”  “Cercare di capire in silenzio ed amare” conclude Riccardo. Ed io aggiungo sull’onda di una condivisa emozione  ”riscopri un’umanità sorella“.

 

                                                        Piazza del Duomo

 E poi un mattino ti risvegli /  e ti entra in petto / un dolce desiderio  /di  felicità.

Trasparente / la volta del cielo / risplende sulla piazza / di antiche fiere medievali,/ dove i mercanti di sete d’Oriente / si appoggiavano a ridosso / delle bianche mura / della fabbrica / del Signore.

Rimani stordita / dal suono di campane / e dal profumo di tigli, / e riscopri un’umanità sorella / che se ne va inconsapevole / sotto un volo di rondini ebbre.

Ti sembra che nulla sia mutato: / leggeri camminano / giullari e menestrelli / di mille anni fa, / hanno capelli color porpora / e nel cuore / la stessa ansia di miracoli. /

Ti lasci scivolare / nell’indistinto palpitare / e scopri che il segreto è / nel non voler sapere.”

Altri di voi amano scrivere poesie? Se entriamo nel nostro profondo scopriremo di essere tutti poeti, basta lasciarsi andare, affidarsi al fluire della vita e del tempo, abbandonarsi con fiducia…La Natura, le persone, ci offrono spunti per elogiare la Bellezza, l’Amore…sta a noi cercarli e “vederli” con occhi sempre nuovi e pieni di meraviglia.

Concludo il post quotidiano con un’altra mia poesia dedicata al mio giardino ligure e che ha il  commento fotografico  di Riccardo, poeta a tutti gli effetti.

Giardinetto

Soprattutto io amo possedere / le piante di amarene e di limoni / e il cespuglio d’alloro, / e il vento che sa di menta e di lavanda.

Quieto è il fluire dei meriggi / sui girasoli stanchi e / sulle rose quasi bianche.

Sulla tavola d’ardesia / s’insinua cauto, / un tralcio d’uvaspina.

Mi piace lasciare vagolare / il mio sguardo e il mio pensiero / su ali di farfalle senza tempo / che non sanno di volare / la loro eternità.

 

 

POESIE, di Verlaine

Giovedì, Luglio 1st, 2010

IMG_0772Festival fortepiano San Michele  2010 030Votre ame est un paysage choisi

La vostra anima è uno scelto paesaggio

Que vont charmant masques et bergamasques

incantato da maschere e da bergamasche

che suonano il liuto e danzano, quasi

tristi sotto i loro fantastici travestimenti.”

Dopo la magica serata musicale di ieri sera al Museo di San Michele non potevo che collegarmi alla poesia, soprattutto a quella delicata delle Fetes Galantes  alla Watteau, di  Paul Verlaine.  Estasiati ascoltavamo i Lieder  di Mozart e i Songs di Haydn interpretati da Maria Letizia Grosselli accompagnata al fortepiano da Massimo Guidetti. In un momento di pausa Maria Teresa mi  sussurra ” Siamo come nelle corti del Settecento…”  Pura magia trovarsi in una notte d’estate  nel chiostro del Museo ed essere accarezzati dalla voce meravigliosa di Maria Letizia.

“Cantano così in tono minore /l’amore vincitore e la giusta vita, / con l’aria di non credere alla felicità / e la loro canzone si  fa chiaro di luna, (et leur chanson se mele au clair de lune) /Au calme clair de lune triste et beau,) calmo chiaro di luna – triste e bello – / che lascia sognare sugli alberi gli uccelli / e gli zampilli singhiozzare in estasi, / i grandi zampilli tra marmi guizzanti.

Anche questa terza serata del Festival del Fortepiano è stata bellissima. Mia figlia Stefania, direttore artistico, può essere soddisfatta, sia della riuscita del Festival in generale, sia della sua esecuzione di brani di Bach insieme al violoncellista Marco Frezzato.

Ma le Notti del Museo degli Usi e Costumi di San Michele si concluderanno domani sera, 2 luglio alle 21,30  con i burattini di Luciano Gottardi che “metteranno in scena”  il  “Flauto magico” di Mozart.

Musica, poesia, bellezza, felicità, armonia. Grazie a tutti gli artisti che ci regalano queste emozioni.

E grazie a Riccardo Lucatti, fotografo di rara bravura, a cui dobbiamo le immagini del post.

POESIE di EMILY BRONTE

Domenica, Giugno 13th, 2010

scansione0011“Poesia, amica mia” scrivevano i miei alunni alla ricerca di rime baciate durante le nostre ore di laboratorio poetico. Ancor più di un romanzo la poesia mi consola, mi abbraccia, mi fa volare. E dopo il pomeriggio di preoccupazioni per Stefania lontana (ridimensionate  fortunatamente), (- un pomeriggio da cani – oserei dire ), stamattina un po’ traballante per le poche ore di sonno –  ci mancava anche il temporale notturno -  voglio tuffarmi nella poesia. E poesia che mi porti …via. Per stare con un’altra rima facile.

Ed Emily Bronte con il suo intenso vivere nel mondo dell’immaginazione, con il suo essere ancora bambina, ci porta nel mondo di Gondal dove può inventare grandi eventi, sentimenti appassionati   e forti sensazioni  che non trova nella sua monotona vita quotidiana.  Ama creare un mondo parallelo in cui immergersi mentre conduce la sua solita vita nella canonica di Haworth nello Yorkshire. Nel 1845, a ventisette anni, scrive sul diario di aver ingannato il tempo mentre era in  viaggio con sua sorella Anne “giocando” a fingersi personaggi gondoliani in fuga dalle prigioni…

Beh, qui devo aprire una parentesi personale. Insieme a me e Giuliana, a Londra e poi a Monaco c’era anche Guerrina che abita a Forni di Sopra nella Carnia. Nell’inverno del 1970 sono stata sua  ospite per 15 giorni.  Che triste la montagna d’inverno! Eravamo sole, faceva molto freddo, non sapevamo che fare se non qualche passeggiata diurna , di sera neanche a parlare di uscire, un solo bar quasi osteria, buio,  niente  televisione…insomma alla sera accanto al fuoco acceso ho cominciato a inventare un mondo parallelo che piaceva a entrambe: il Canada delle Giubbe rosse. Noi le loro amate li seguivamo,  avevamo un sacco di avventure pericolose  nei boschi, tra alci e affini. L’immaginazione galoppava come i cavalli dei nostri eroi…Naturalmente molto spesso si finiva sul comico…

Il mondo di Gondal è medievale, la sua regina Geraldine  ama il principe di Angora  che poi  morirà. Poesie epiche in questo grande affresco in cui si sente l’influsso del poeta scozzese David Moir, Shakespeare,  Scott,  Dumas, Byron, Shelley …Per Emily, che in fondo è la più casalinga delle sorelle, sembra basti la sua vita parallela per allargare i confini della propria esistenza. Sua sorella Charlotte ce la descriverà  come una creatura appassionata e forte dall’anima grande e da un grande anelito verso la libertà . Ma come Emily Dickinson non è oltrepassando i confini della sua dimora che riesce a trovarla, è scavalcando quelli della sua mente. Per soddisfare l’ardente “violenza” della sua natura non ha bisogno di tuffarsi nel mondo reale che la delude e la spaventa, ma  deve evadere in un mondo epico creato con la sua fantasia. La sua poesia epica nasce proprio dai giochi inventati con le sorelle e con il fratello Patrick quando quest’ultimo riceve in dono una scatola di soldatini. Ognuno dei bambini si appropria di uno e lo farà recitare inventando nome, condizione, vicende . Play in inglese sifnifica sia giocare che recitare. Per Emily diventa una necessità. Può modellare a piacere un suo mondo che procede di pari passo con quello quotidiano.  Può farsi trasportare da Haworth a Gondal con l’immaginazione. Può partire dalla brughiera dietro casa illuminata dalla luna ed arrivare sulle sponde immaginarie del lago di Elnor dove il suo alter ego Geraldine piange la morte di Alexander signore di Elbe.

Splende la luna nel meriggio notturno / visione gloriosa – sogno di luce ! / Sacra come il cielo – limpida e pura, / alta sopra la landa solitaria….e dopo questo incipit realistico v’è uno spazio bianco e ci si trova improvvisamente a Gondal “Luna lucente – luna amata! Trascorsi gli anni / tornano infine i miei passi stanchi – / e il tuo raggio sereno ancora riposa / solenne sulle acque dolci del lago / e ancora l’onda sospirosa delle felci / piange sulla tomba di Elbe…/.

Le poesie epico-narrative scrive  Anna Luisa Zazo, curatrice di questo volumetto appaiono superate nel loro pseudomedievalismo e nel romanticismo troppo melodrammatico, ma Oscar Wilde  parla delle sue poesie come “pregne di forza tragica che spesso sembrano sul punto di diventare grandi”.

Emily è giovane non così ingenua come sua sorella Charlotte crede, è soltanto immatura legata com’è ancora al mondo dell’infanzia. La Zazo trova echi di corrispondenze tra Emily Bronte e Rimbaud, entrambi poeti dell’adolescenza, lei per età caratteriale, lui per età anagrafica. Adolescenza difficile come tutte, ma senz’altro più ricca.

Per Emily abbandonarsi all’immaginazione, al “dio delle visioni” sembra quasi un’esperienza mistica, certamente  abbandonarsi con passione al vento, alla notte, alle stelle, immergersi e fondersi con la natura è un’esperienza  panteistica, immanentistica.

“Cime Tempestose” proseguimento del mondo di Gondal, ci si chiede? Forse tematicamente sì, proprio  nel deflagrare della più  completa irruente immaginazione.

In questo libro ci sono anche le poesie personali, versi ispirati in gran parte dalla brughiera che aveva intorno a sè.  “Piegata da un vento di tempesta erica alta oscillante / mezzanotte chiarore lunare luminose stelle/….

Ero sola il giorno d’estate / moriva di una luce ridente / l’ho visto morire l’ho guardato svanire / da colline di nebbia e boschi senza vento. / E nel mio animo si affollavano i pensieri / e il cuore si piegava al loro potere…”

La consolazione, la salvezza, il rifugio per Emily stanno dunque nel tuffarsi nell’immaginazione “ Sì’, mentre sognavo, la stanza nuda / la luce incerta d’un tratto svanirono / e da una buia oscurità senza gioia / entrai nel pieno fulgore del giorno”

“Sì, vieni , Fantasia, mio amore fatato! / Sfiori il tuo bacio la mia fronte ardente; / chinati sul mio letto solitario / portatrice di pace, portatrice di gioia. “

GENOVA DI TUTTA LA VITA, città del cuore

Sabato, Maggio 15th, 2010

scansione0017Se Trieste azzurra e ventosa, per me, rappresenta la soglia per partire  in orizzontale verso un “Pellegrinaggio in Oriente”, cioè verso un infinito sconosciuto e, come scrive Hesse, verso un’altra dimensione, Genova è il salire e lo scendere dentro di me.  Più leggera Trieste in cui mi sento “zingara”e pronta ad un’altra realtà dalla mia realtà. Più faticosa e intensa Genova che è la città conosciuta insieme al mio amore. Città circoscritta ormai nella mia storia e verso la quale porgo ancora resistenza per non affondare nella nostalgia.

 Città fatta di vicoli e di salite come la mia memoria.  “Con le sue salite, le sue rampe, le sue scalinate, i suoi ascensori pubblici, le sue funiculari e le sue strade disposte una sull’altra, Genova è infatti una città tutta verticale: Verticale e quindi, almeno per me, lirica, se non addirittura onirica” scrive Giorgio Caproni  che seppur nato a Livorno si è sempre sentito genovese, essendosi trasferito nel capolugo ligure a 1o anni.

E genovese si sente la mia amica del mare, Renata, che mi ha regalato questo bellissimo libro con Tutte le poesie “genovesi” di Giorgio Caproni. Ogni tanto al telefono mi dice “Vedo le navi andare sul mare” oppure “Sono davanti ad un’antica chiesa sotto la luna”….ed io la invidio e le ribatto che ho sempre e solo il condominio grigio davanti a me.  E penso che se fossi là scriverei tanti versi in più.

“Qui forse potrei vivere, / potrei forse anche scrivere: / potrei perfino dire: qui è gentile morire / 

Genova mia città fina: / ardesia e ghiaia marina. / Mare e ragazze chiare / con fresche collane di vetro / (ragazze voltate indietro, / col fiasco, sul portone / prima di rincasare…/ scrive Caproni.

Ho ”conosciuto” Genova quando mi imbarcai per la mia prima crociera come hostess. Subito conobbi  il mio futuro marito, il pianista di bordo che una sera, rimasti soli con qualche amico dell’equipaggio,  si mise al pianoforte e mi cantò “Ma se ghe pensu…alua mi vedo u maa…vedo a lanterna…”. Mi colse uno struggimento intenso e mi innamorai di lui, del mare, di Genova.

La mia città dagli amori in salita, / Genova mia di mare tutta scale / e, sul porto, risucchi di vita / viva fino a raggiungere il crinale /di lamiera dei tetti…

E il vecchio porto divenne per me e mio marito il punto d’incontro quando navigavamo divisi… lui arrivava ed io l’attendevo sul molo, o viceversa, io a prua che lo cercavo tra la folla, con emozione, e mi sentivo come la “Donna che apre riviere“ 

Sei donna di marine, / donna che apre riviere, / L’aria delle mattine /bianca, è la tua aria / di sale – e sono vele / al vento, sono bandiere / spiegate a bordo l’ampie / vesti tue così chiare.”

Ma Genova  più tardi ha significato  anche gli incontri con i  cari amici, il pesce mangiato a Caricamento dopo i miei esami universitari andati bene, la visita all’Acquario con Stefania, le passeggiate ad Albàro, dove soggiornarono Dickens e Byron.  In “Tutte le poesie genovesi” di Giorgio Caproni   ne troviamo anche una intitolata “Albàro” 

 Se al crepuscolo, almeno, / ci fosse, dietro i vetri, il mare…/ Amore…/ Tremore /in trasparenza…/Se almeno /questo fosse il rumore / del mare…/ Non / lo sopporto più il rumore /della storia…/ Vento / afono…/Glissando…/ Sparire /come il giorno che muore / dietro i vetri…/ Il mare…/ Il mare in luogo della storia…/Oh, amore.

Mio marito quando le prime volte  mi portava in giro per Genova mi spiegava della particolarità dei suoi abitanti, delle donne forti che riuscivano a stare in piedi sui tram traballanti, dei “camalli” del porto, della focaccia che si mangiava per strada e mi faceva notare l’odore dell’aria, un misto di catrame, di jodio, di salsedine…

Scrive Caproni :”Questo odore marino / che mi rammenta tanto/ i tuoi capelli, al primo / chiareggiato mattino./ Negli occhi ho il sole fresco / del primo mattino . Il sale / del mare../ Insieme/ come fumo d’un vino, / ci inebriava, questo / odore marino/ Sul petto ho ancora il sale / d’ostrica del primo mattino.

 

LE NOTTI CHIARE ERANO TUTTE UN’ALBA

Martedì, Maggio 4th, 2010

scansione0006Ho ripensato a questo volumetto comprato 10 anni fa dopo la serata di ieri sera. Ma andiamo con ordine. Sono stata invitata dalla ospitale Cristina nella sua casa calorosa per una delle serate “accademiche”, cioè riunioni di persone che amano la musica, la letteratura, le arti in genere. Si portano torte e idee,  e Cristina ci offre non solo pizzette, bevande e  la sua generosa disponibilità, ma il suo talento di pianista.

La serata di ieri è iniziata con un concerto a quattro mani:  Cristina e Lucia  ci hanno deliziati con brani di Bach, Mozart, Fauré e Beethoven. Dopo la pausa  -libagioni con prelibatezze salate e torte  di tutti i colori, eravamo pronti per la seconda parte della serata culturale.  Il giornalista Luigi Sardi ci ha presentato il suo libro “Il compagno Mussolini”  che racconta di quando il futuro duce era ancora socialista,  delle sue visite a Trento, dei pranzi consumati a “I tre garofani”, al “Pedavena” ( – dove sembra non abbia saldato il conto – ), della relazione con Ida Dalser di Sopramonte, di cui conosciamo tutti la storia, dopo aver visto il film (”Vincere”) di Bellocchio, e tanto altro.

Interventista, Mussolini fu mandato sul fronte carsico dove venne ferito. Ho ripensato subito ad Ungaretti e  a tutti gli altri poeti che hanno combattuto. Appena tornata a casa  ho cercato nel mio scaffale senza fondo questo volumetto curato da Andrea Cortellessa.

 E’ un’antologia articolata per sezioni tematiche e mostra che cosa  la prima guerra mondiale, la grande guerra, ha significato per i maggiori poeti del Nocecento italiano.

Guerra -attesa, desiderata da chi patriotticamente voleva ricongiungere Trento e Trieste all’Italia; guerra -follia, lutto, tagedia;  guerra-festa-potenza per molti futurististi che la ritenevano la sola “igiene del mondo”. Si applaude al coraggio , alla virilità.

Persino Umberto Saba in “Congedo” scrive “Poi che il soldato che non parte in guerra / è femmina che invecchia senz’amore: e c’è un binomio, che nel mesto cuore / uno squillo ancor dà: Trento e Trieste: /poi che la vita è un male, e son moleste, / dopo la prima giovinezza, l’ore: / ma chi soldato fra i soldati muore, / resta giovane sempre sulla terra…

Si esalta la violenza come nella terribile “Ode alla violenza” del futurista E.Cardile ” “…sorgi tu Violenza, dall’abisso / ove t’incatena il sonno/ ove t’incatena la servitù e la vecchiezza :o h, Violenza, sorgi, balena in questo cielo /sanguigno, stupra le albe, / irrompi come incendio nei vesperi,/ fa di tutto il sereno una tempesta, / fa con tutte le anime un odio solo!”

Paolo Buzzi, che aderisce al Manifesto di Marinetti, scrive “…Oh gioia d’essere automa, una volta, / di provar l’anima piccola scatolare /dei piccoli soldatini di piombo in fila dura! /Oh, lussuria, sapersi / la forza d’una forza, l’arma / d’un braccio formidabile, lo svelto / strumento di morte possibile della Società. / E sentirsi,/ nella persona eretta, / la Patria, l’asta della bandiera …”

Ardengo Soffici nel suo “Aeroplano” “…Stringo il volante con mano d’aria/ Premo la valvola con la scarpa al cielo / Frrrrr frrrrrr rrrrrrr affogo nel turchino ghimè / Mangio triangoli di turchino di mammola / Fette d’azzurro…Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole/…il mio cuore meteora si spande come uno sperma / nell’abisso fecondo del sangue…/ A 6207 metri incipit vita nova…/ E tranquillamente aspettare, /Soldati gli uni agli altri più che fratelli, / La morte; che forse non ci oserebbe toccare, / Tanto siamo giovani e belli/.

Poesia bellissima se avesse un altro messaggio. Così diversa la mesta e consapevole “Fratelli” di Ungaretti : “Di che reggimento siete /fratelli? / Parola tremante / nella notte./ Foglia appena nata/ nell’aria spasimante/ involontaria rivolta/ all’uomo presente alla sua fragilita./ Fratelli.”

E allora ripenso ai tutti i giovani del ‘99, a tutti i soldati che soffrendo nelle trincee hanno combattuto per un  alto ideale. Rivedo il sacrario di Re di Puglia, come lo vidi proprio il maggio scorso, nella mia ultima gita scolastica. Non c’era nessuno: il cielo plumbeo, gli altri cipressi  all’inizio, e poi quella enorme bianca  scalinata piena di nomi, tantissimi nomi  che si ergeva verso l’alto. Persino i chiassosi ragazzi delle terze smisero di parlare e di correre.

 Penso a Luigi che raccoglie con amore i cimeli della grande guerra, e lo fa con passione e grande rispetto, per non  dimenticare.

I versi che danno il titolo a questo volumetto sono di Eugenio Montale, anch’egli combattente in Trentino, sotto il monte Corno, dove nel ‘16 avevano fatto prigioniero Battisti : “Valmorbia, discorrevano il tuo fondo /fioriti di piante agli àsoli. /Nasceva in noi, volti dal cieco caso, /oblio del mondo./ Tacevano gli spari, nel grembo  solitario/ non dava suono che il Leno roco. / Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco / lacrimava nell’aria. / Le notti chiare erano tutte un’alba / e portavano volpi alla mia grotta. / Valmorbia, un nome – e ora nella scialba /memoria, terra dove non annotta. /

Montale nella sua distaccata contemplazione  ci richiama a ricordare l’innaturale.

Per fortuna  la  nostra vita si sta svolgendo  nel tempo naturale della pace.

POESIE, DI EUGENIO MONTALE

Sabato, Aprile 24th, 2010

corone[1]180px-Eugenio_montale[1]Oggi… una sorsata di poesia, che è necessaria per alleggerire i nostri pensieri. Anche se è pessimistica. Ma il riconoscere i propri sentimenti nei versi di un poeta è sempre un’ illuminazione e un  conforto . Eugenio Montale, premio Nobel nel 1975, è uno dei miei poeti preferiti. Proprio l’anno scorso stavo preparando i miei alunni della Terza  D per l’esame di licenza media. Ricordo le lezioni in cui spiegavo ” Meriggiare pallido e assorto” “Spesso il male di vivere ho incontrato” e la soddisfazione nel sentirle poi analizzate esaurientemente durante il colloquio finale.  Poesie che molti conoscono come forse è conosciuta  la poetica di Montale: il poeta non può spiegare tutto con le sue parole (”Non chiederci la parola che squadri da ogni lato” ), l’importante è arrivare a quel quid al quale le sole parole non arrivano. Anch’egli , come Svevo con il quale intreccia  un’assidua corrispondenza, parla del privato psicologico. Per scrivere occorrono le “Occasioni ” e ai veri poeti non mancano mai, basta “leggere” la realtà esterna e ciò che avviene dentro di noi.

Eugenio Montale nasce nel 1896 in Liguria, a Monterosso,  che io nei miei pellegrinaggi letterari (come fa Camilla) ho girato in lungo e in largo. Ho trovato la sua villa e attraverso il cancello cercavo il famoso rovente muro d’orto. Mi piace anche come persona. Interrompe gli studi tecnici, si dedica al canto, poi diventa critico musicale. Si trasferisce a Firenze per lavorare al Gabinetto  Viesseux da dove viene licenziato nel 1938 perchè non iscritto al partito fascista.

Scrive molto, quindi si può parlare di diverse fasi artistiche. Dagli iniziali “Ossi di seppia” all’ultima raccolta “La bufera” dove i versi sono più aspri, meno cantabili. La sua opera “attraversa D’Annunzio per approdare a un territorio tutto suo riuscendo a far cozzare tra loro l’aulico e il prosaico,” scrive un critico.

Passeggiando, nel 1946,  per la ventosa  Edimburgo, attraverso una delle sue piazze a forma di mezzaluna,  vede riflettere il sole del tramonto sulle alte verande delle case:

Il grande ponte non portava a te . /T’avrei raggiunta anche navigando / nelle chiaviche, a un tuo comando. Ma / già le forze, col sole sui cristalli / delle verande, andavano stremandosi.

E’ la prima strofa di “Vento sulla mezzaluna”.

Delle poesie di Montale c’è tanto da spiegare, forse anche troppo, come una volta lui stesso disse meravigliandosi di ciò che i critici avevano capito dei suoi versi, significati reconditi ai  quali lui non aveva pensato.

La poesia è un’emozione immediata: la scelta di una  parola particolare per  descrizione del paesaggio o per l’ impeto del cuore deve scuotere e  far  ”rabbrividire” il lettore (come diceva Emily Dickinson).

A me capita rileggendo “Arsenio” , “Falsetto“….

In “Arsenio “si rispecchia lo stesso poeta, è un monologo che descrive  una passeggiata in “discesa” verso il mare, metafora dell’umano esistere destinato fatalmente  all’annientamento.

I turbini sollevano la polvere / sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi /deserti, ove i cavalli incappucciati/ annusano la terra, fermi innanzi/ ai vetri luccicanti degli alberghi./ Sul corso, in faccia al mare, tu discendi/ in questo giorno / or piovorno ora acceso…

…e se un gesto ti sfiora, una parola / ti cade accanto, quello è forse, Arsenio / nell’ora che si scioglie, il cenno d’una vita strozzata per te sorta, e il vento/ la porta con la cenere degli astri.

Il mare è sempre presente in Montale. Come non citare dunque “Falsetto” dove una giovane si stende leggiadra su uno scoglio e poi si tuffa in mare.

“Esterina, i vent’anni ti minacciano / grigiorosea nube/ che a poco a poco in sè ti chiude/ …Leggiadra ti distendi /sullo scoglio lucente di sale/ e al sole bruci le membra. / Ricordi la lucertola / ferma sul masso brullo; / te insidia giovinezza…

…T’alzi e t’avanzi sul ponticello / esiguo, sopra il gorgo che stride: / il tuo profilo s’incide / contro uno sfondo di perla. /Esiti al sommo del tremulo asse, / poi ridi, e come spiccata da un vento / t’abbatti fra le braccia / del tuo divino amico che t’afferra.”

La giovane si tuffa nel mare, simbolo dell’indistinto primigenio, mentre  i poeti, più consapevoli, la guardano vivere e concludono:

Ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra”.

Spero che la mia amica di Recco, che io talvolta chiamo Esterina, mi legga e che passeggi sugli scogli di fronte al mare.

Poesia da leggere spesso (ad alta voce!) per sentirsi meglio.

MARINO MORETTI, omonimo di mio padre

Giovedì, Aprile 15th, 2010

scansione0020cm_mm00[1]Il 15 aprile  1912  è la data di nascita di mio padre, Marino  Moretti. Nacque proprio la notte in cui  il Titatnic affondò ( ci teneva a ricordarlo)  –  e qualcosa di tempestoso ed eccessivo nel suo carattere  lo ha sempre avuto – ! Oggi avrebbe quindi quasi 100 anni,  sarebbe potuto  essere! La nonna di mio genero è una deliziosa centenne che vive da sola.

Il poeta Marino Moretti nasce invece nel 1885 a Cesenatico e si inserisce nella corrente del Crepuscolarismo. Ama recuperare nel ricordo le “buone cose di pessimo gusto” come Gozzano nella  celebre “L’amica di Nonna Speranza”. Le sue raccolte hanno titoli semplici “Poesie di tutti i giorni”"Il giardino dei frutti”, “Poesie scritte col lapis”. …

Parla spesso di scuola, di alunni, quaderni e lapis rosso e blu. Mi ricordo di una volta che, ammalata, mi sentivo dentro una sua poesia.

Pensavo alla mia classe, al posto vuoto / al registro all’appello (oh, il nome, il nome / mio nel silenzio! ) e mi sentivo /  come proteso nell’abisso dell’ignoto…

…E fra me ripetevo qualche brano / di storia (Berengario, Carlo Magno / Rosmunda) ed era la mia voce un lagno…/ ritmico, un suono quasi non umano/…Ma l’ore…l’ore non passavan mai.”

Il suo linguaggio  è semplice, comprensibile, velato talvolta da ironia.  Scrive anche romanzi.

Ma sfogliando la mia antologia scopro una poesia deliziosa dedicata a  “Carolina Invernizio”,una scrittrice di storie un po’ rosa, un po’ horror, un po’ gotiche, dai titoli “Sepolta viva”, “Il bacio di una morta” “La vendetta di una pazza”… che Marino Moretti aveva letto da ragazzo (le ho  lette anch’io… su suggerimento della mia  bionda e adorata mamma!!!).

“…Qual bacio infame, qual delitto, quale / segreto, quale terribile sorte / quale peccato, qual genio del male? /…Gli altri parlavan di navigatori,/ di arcipelaghi in fiamme, di villaggi / aerei, di corsari e minatori…/ io li guardavo i miei compagni, attento, / dubbioso ancor della Sepolta viva, io li guardava con la faccia smorta, /con la mia smania di pervertimento, / dubbioso ancor del Bacio di una morta./ Ma oggi dolce il tuo pensier mi lega / a’ tuoi fantasmi e a te mi ravvicina, / oggi ch’io sono quasi un tuo collega, / oggi che taci e muori, Carolina.”

Come lui a suo tempo, leggendo questi racconti, mi sentivo in imbarazzo soprattutto nei confronti di una amica più intellettuale che leggeva i Lirici greci e saggi politici.  Ma per me  i romanzi della Invernizio, della Delly, di Liala erano  un’evasione totale, inoltre mi piaceva tanto leggere questa autrice perchè  era il soprannome di mia zia Luciana, melodrammatica, esagerata e catastrofica come le sue storie.  Mia madre, sua sorella, la chiamava così e  spesso la sentivo commentare le sue lamentele con ” Ma va’ là, Carolina Invernizio!”

Poesia crepuscolare, poesia dei ricordi familiari, di un tempo che sembra lontanissimo, ma non è. Avvolti nella tecnologia, nella fretta estrema del vivere consumistico, consumiamo il tempo, le cose, il respiro e  non ci rendiamo conto degli agganci con il passato così importante per la nostra storia.

Quand’ero bambina, negli anni ‘50, c’era il Rusinin una ex-mondina, piccola e secca, che viveva in una stanzetta sopra il nostro appartamento, a Carpi. Ebbene lei non aveva la luce elettrica. Non so il perchè: forse non aveva soldi? forse non voleva cedere alla modernità? Ma quando lei mi chiamava per farmi assaggiare la grappa con la ruta ( forse non adatta a una bambina, ma le mondine…) io rimanevo incantata dalla sua lampada ad olio e volevo sempre provare ad accenderla. L’Ottocento era vicino, quindi.

Ed ora?

La nostra memoria, serbatoio importante e basilare per farci proseguire deve sempre essere attizzata come un fuoco per produrre la sua energia.

Mio padre, Marino Moretti, toscano Doc, persona affascinante, talvolta un po’ difficile e forse incompreso, è sempre nei miei pensieri.

I BROWNING, quando la poesia è amore

Martedì, Aprile 13th, 2010

Correzione Correzione imagep134[1]240px-410px-Elizabeth-Barrett-Browning,_Poetical_Works_engraving_flipped[1]Siamo nell’Inghilterra vittoriana ed Elizabeth Barrett nel 1844 è un’acclamata poetessa.  Ha  38 anni  e vive a Londra con il padre e i fratelli, ha una malattia polmonare che l’ha resa seminvalida, ma continua a scrivere rappresentando in pieno la propria epoca. La sua è una poesia emotiva, intima, espressa in un linguaggio talvolta retorico.

“Mi lasci. Eppure io sento che sarò / sempre nella tua ombra”…”Apri il tuo vasto cuore e in esso accogli / le ali bagnate della tua colomba”…”Lucciole e usignoli, / palpitavano insieme, fiamma e canto “

 E tuttavia la Barrett ha una personalità poetica tutta sua, ammirata anche da altri poeti . Edgar Allan Poe  prende ispirazione da  un suo poema “Lady Geraldine’s Courtship”, imita la  sua metrica per “Il corvo”. Anche Emily Dickinson l’ammira sia come poetessa che come donna di forti ideali politici e libertari.  Elizabeth  Barrett fu  infatti una fervida partigiana del Risorgimento italiano e di Napoleone III che cantò nelle sue poesie.

 Il poeta Robert Browning, legge le sue poesie ed inizia con lei una fitta corrispondenza. 

Mi è entrata dentro, divenendo parte di me, questa vostra poesia grandiosa e viva…Amo tutti i vostri versi con tutto il mio cuore, cara Miss Barrett, ed amo anche voi con tutto il cuore.”

Roberto Browing non è così popolare come Elizabeth, ma ha scritto vari poemi e soprattutto monologhi drammatici che esprimono stati d’animo vigorosi, una visione del mondo che si esplicita nei personaggi sia storici sia immaginari. Nel 1841 pubblica “Pippa passes”, e più tardi “Dramatic Lyrics”, “Men and Women”ecc. E’ un ottimista per cui si discosta dal tipico dubbioso e inquieto poeta vittoriano. Pur romantico sotto molti aspetti, con la sua poesia fa piazza pulita di molti languori e svenevolezze del suo tempo.

Robert ed Elizabeth nel 1945 si incontrano e  decidono di sposarsi di nascosto dal padre di lei che osteggia la loro unione.  Lui è più giovane di sei anni, non è ricco  e non ancora famoso. Fuggono a Firenze dove alloggeranno  a Casa Guidi, oggi museo a loro dedicato.

Elizabeth, la cui salute è migliorata, all’età di 43 anni  dà alla luce il loro unico figlio maschio, soprannominato Pen.  Compone  i celebri “ Sonetti portoghesi” in cui ,fingendo di tradurre ,canta il suo amore languido e appassionato per il marito.

Se devi amarmi, per null’altro sia / se non che per amore. / Mai non dire: / l’amo per il sorriso / per lo sguardo / la gentilezza del parlare / il modo di pensare/ così conforme al mio… / Soltanto per amore amami / e per sempre, per l’eternità.” 

Dopo la morte della moglie nel 1861, Robert Browning torna col figlio a Londra, dove la sua fama si è ormai consolidata. Ora, non  più soltanto marito della Barret, ma poeta laureato ad honorem dall’università di Oxford, vede fondare la Browning Society.

Per me Robert Browning è sempre legato ai versi di “Ricordi di casa dall’estero” che oggi disperatamente cerco nella Oxford Anthology, nel volume di Daiches, ma che non trovo. So l’incipit a memoria ( come ho già scritto in un altro post) :”Oh, to be in England /now that April’s there…” ma il seguito? So dove trovarlo!| Nel mio diario del 1968, quando mi trovavo in Inghilterra. Apro le pagine di Aprile…

And whoever wakes in England / sees some morning, unaware / that the lowest boughs and the brushwood…

“Ascolta dove il mio  pero fiorito  / sparge sul trifoglio fiori e rugiada /a capo del getto ricurvo. /Là è il saggio tordo, /ripete il suo canto due volte,/ chè tu non creda  che non sappia ricogliere /la prima sua bella e spensierata estasi”.